Come ogni relazione, anche quella tra umani e cani è fatta di comunicazione. «Sgridare non può essere la prima e principale forma di comunicazione con il proprio cane. Va riservata solo a quelle situazioni in cui il cane metta in opera comportamenti scorretti, pur essendo in possesso di tutti gli strumenti per fare la cosa giusta, perché glielo abbiamo insegnato con chiarezza», premette Silvia Bianco, educatore cinofilo e istruttore riabilitatore (www.facebook.com/silvia.bianco.1422). Che ci guida a capire quando sgridare può essere utile e quando invece no.

DA CUCCIOLO
Quando un cane arriva a casa nostra da cucciolo, di solito ha intorno ai 2-3 mesi. Deve ancora imparare tante cose, a partire dalle nostre regole sociali e di famiglia. «Bisogna sempre considerare la sua età e le sue capacità, guai a sgridarlo costantemente proprio mentre si sta costruendo una relazione. Per esempio, occorre sapere che è normale che raccolga oggetti da terra con la bocca, sta infatti attraversando la sua fase orale. È giusto che lo faccia, perché così costruisce le sue competenze e conosce il mondo: anche se ci dà fastidio, lasciamogli raccogliere quel che trova per strada, al limite poi glielo toglieremo di bocca», consiglia l’esperta. «Se invece indirizza questa sua oralità sui mobili di casa o sulle nostre scarpe preferite, meglio chiedersi perché lo fa e poi offrirgli un’alternativa. Potrebbe farlo per noia, oppure perché ha dolore alle gengive (i denti del cane crescono tutti insieme e possono dare molto fastidio). Invece di sgridarlo, meglio offrirgli un gioco che lo diverta o un oggetto di gomma più corretto da masticare e che offra sollievo alle gengive». Ovviamente i pericoli vanno evitati: se si dirige verso vetri o ossa di pollo, meglio prevenire la situazione ingaggiandolo al gioco o a velocizzare il passo, attirando così l’attenzione su di noi. Molto importante: no alla sgridata se da cucciolo fa i bisogni in casa. «A 2-3 mesi, i cani non controllano ancora bene gli sfinteri, si tratta di un’incapacità reale, non certo di un dispetto. Sgridarli li mortificherebbe senza educarli, perché non possono fare diversamente. Aiutiamoli portandoli fuori, in luoghi adatti, molto spesso, anche ogni 2 ore: quando si svegliano, prima e dopo mangiato, quando si muovono o giocano tanto... Controproducente invece l’uso della traversina: se gli insegniamo a sporcare su un tessuto, lo faranno anche su tappeti e divano, e se li sgrideremo subiranno una doppia mortificazione: ma come, me lo hai insegnato tu...», segnala l’educatrice.

DA ADOLESCENTE
Sì, anche i cani attraversano la fase dell’adolescenza. «Dopo i 5-6 mesi, fino a un anno, un anno e mezzo per quelli di taglie più grandi, si comportano proprio come i nostri teenagers: sono competitivi, fanno dei test per vedere fino a dove possono arrivare e per stabilire qual è il loro ruolo nel gruppo famiglia. Se noi umani reagiamo mostrando la nostra parte competitiva, addio…», avvisa Silvia Bianco. «Meglio evitare lo scontro, le continue sgridate e adottare un altro tipo di comunicazione, lavorando su rinuncia e autocontrollo. Il ruolo sociale dell’umano adulto è di fare il moderatore, che dice al cane: “sei adolescente, affidati a me che ne so di più”. I cani, come noi, cercano il benessere, per questo quando ci sfidano meglio offrirgli un’alternativa piacevole, che gli assicuri un appagamento ancora maggiore della sfida: se hanno l’istinto di predare, diamogli qualcosa da distruggere, per esempio un piccolo pezzo di cibo dentro un grande involto di carta. Se sono troppo agitati, proponiamogli una zona relax con una copertina con un oggetto da masticare, un luogo di calma, per modulare le loro emozioni. Così, invece di andare in frustrazione, imparano che è meglio autocontrollarsi, che il meglio delle cose arriva quando sono calmi, al contrario se esagerano non arriva nulla, vengono ignorati. Ci vuole pazienza, ma è un ottimo allenamento», sottolinea l’esperta.

DA ADULTO
Una volta cresciuto, il cane dovrebbe avere ricevuto da noi tutte le istruzioni per fare la cosa giusta, e le sgridate dovrebbero limitarsi ai casi in cui trasgredisce regole che dovrebbe avere già assimilate. «Ma attenzione, a volte lo rimproveriamo per situazioni che sono imbarazzanti per noi umani, ma completamente naturali per gli animali», precisa Silvia Bianco. Ecco qualche esempio.

• Il cane non va sgridato se ringhia: noi ci turbiamo, ma per lui è una comunicazione pacifica, molto importante. Se gliela inibiamo, passa direttamente al morso.
• No agli strilli disgustati se lecca la pipì degli altri cani: meglio lasciarglielo fare, non prende malattie. Per lui questa è una preziosa comunicazione indiretta e pacifica da apprendere per avere competenze di linguaggio complete, anche per evitare conflitti con i suoi simili. Così impara che presentarsi facendo la pipì è meglio, è come lasciare un biglietto da visita per gli altri cani.
• La monta è un’altra faccenda imbarazzante per noi, ma che fa parte del suo sistema di comunicazione. Quando lo fa su altri cani, al parco, è un mezzo di controllo per calmare un conflitto o per ribadire un ruolo. Se lo fa sull’umano, spesso sulla gamba, è ancora più imbarazzante, ma va letto come una richiesta di attenzione, oppure come scarico emotivo. Non c’è bisogno di sgridare, basta tendere la gamba e portarvi sopra tutto il peso per fargli perdere appiglio.

RIMPROVERARE É UN'ARTE

Non ci si può arrabbiare sempre, non ci si può arrabbiare sempre allo stesso modo. Quando il cane fa qualcosa di sbagliato e pericoloso che è stato educato a non fare, va sgridato in modo diverso in base alla gravità del misfatto. Il tono della voce è importante: strillare è sbagliato, il cane comprende una voce più maschile, simile al ringhio, con toni bassi, di pancia. In base alla gravità del comportamento, il tono va abbassato, non alzato. Altrettanto importante è la postura: non ci si piega sul cane con il dito indice alzato, come un giudice. Ci si pone davanti al cane eretti, con le gambe larghe ben piantate a terra, per occupare più spazio. Se per esempio il cane adulto cerca di mangiare cose che sa di non potere, si va minacciosi verso di lui, occupando il suo spazio ed esercitando una pressione sociale. Così, lo si costringe a spostarsi, con la sola autorevolezza della propria postura.

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