Bullismo deriva dall’inglese bullying = oppressione, prepotenza. Un fenomeno sempre più diffuso nelle scuole. «Non è riconducibile soltanto al mondo degli adolescenti, è presente anche alle elementari», osserva Maria Calabretta, psicopedagogista, autrice delle Fiabe per affrontare il bullismo (Franco Angeli). «Il bullismo è pericoloso anche in forma soft: quando, per esempio, le angherie sono a livello psicologico e non fisico», continua l’esperta. «Dispetti, parole cattive, isolamento del bambino che viene preso di mira, possono creare un disagio pesantissimo, che purtroppo spesso non viene registrato
da genitori e insegnanti».

AL PRIMO SEGNALE
Che fare se nostro figlio deve vedersela ogni giorno con un bullo? Come aiutarlo? Ecco quanto suggerisce Calabretta: «In primo luogo non abbassare la guardia. Bisogna essere consapevoli che il bullismo esiste e nessuno ne è immune». Quindi, ai primi segni di disagio di nostro figlio, è bene non escludere che la causa possa derivare proprio dagli atteggiamenti vessatori di qualche compagno. «Di solito, il primo segnale è il rifiuto della scuola. Se non esistono problemi a livello di rendimento o con gli insegnanti, può darsi che le ragioni siano da imputare al rapporto con i compagni e, forse, alla presenza di un bullo».

LE MOSSE GIUSTE
Importantissimo, dunque, prestare attenzione e ascolto, con un dialogo aperto e continuo, con il bambino. «In genere la vittima di un bullo si chiude in sé stessa, vive questa condizione come una sua inadeguatezza, una sconfitta a livello di autostima. Che, ovviamente, si abbassa moltissimo. È come se si sentisse totalmente sminuito: la persecuzione del bullo lo porta a percepirsi come insignificante e incapace». Da qui, la seconda mossa dei genitori. «Fare parlare il bambino, utilizzando un metodo indiretto, cercando di saperne di più sulla sua vita all’interno della scuola». Se il bullo esiste e tiranneggia, bisogna: «Innanzitutto parlare con gli insegnanti. Spesso non sono al corrente di quanto avviene, di solito in loro assenza. A questo punto, è fondamentale un’azione sinergica scuola-famiglia: gli insegnanti dovrebbero vigilare con più attenzione, mentre ai genitori va il compito di fare in modo che il bambino riacquisisca la sua autostima, il suo valore, la sua forza psicologica».

FUORI DALLE AULE
E cambiare scuola? «Dipende da caso a caso, e dalla gravità dell’episodio. Quando si supera un certo limite, è indispensabile parlare con il preside e fare in modo che vengano presi provvedimenti contro il bullo. In generale, però, se la situazione non è drammatica, cambiare scuola non è così risolutivo: in fondo si tratta sempre di una resa. Il bullo ha vinto e l’autostima può esserne ancora più danneggiata. Meglio fare leva su tutti gli altri ragazzi, i compagni che assistono ma, per paura, tacciono. Coinvolgerli, parlare con i loro genitori, creare una sorta d’opposizione agli elementi più prepotenti», suggerisce Calabretta. «Molto utile, a volte, anche coinvolgere il bullo al di fuori della scuola: invitarlo a casa per una merenda, cercare di riempire quel “vuoto” che esprime con la sua aggressività».

Il cyberbullismo
Oggi la tecnologia consente ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite smartphone o pubblicati online. Il bullismo diventa quindi cyberbullismo: un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (istant messaging, foto, video, email, chat rooms), il cui obiettivo è quello di provocare danni a un coetaneo incapace di difendersi. L’Unicef ha pubblicato un decalogo rivolto direttamente alle vittime di cyberbullismo, ricco di utili consigli: Come proteggersi dai cyber-bulli in 10 mosse www.unicef.it/media/10-mosse-perfermare-i-cyber-bulli/

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